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01/07/2020 - 07/07/2020
I mercoledì al cinema - Fellini Satyricon
Il Servizio Didattica della Soprintendenza Speciale di Roma propone "I mercoledì al cinema" una rubrica dedicata al legame tra cinema e storia antica. Grandi classici da riscoprire e da rivedere in questa particolare estate in cui anche le sale cinematografiche e le arene che stanno riaprendo ripropongono pellicole del passato.
Il percorso non poteva che iniziare dal maestro Federico Fellini e dalla sua versione del Satyricon.

Apparso nel 1969, in pieno periodo di contestazione, il film è una libera resa cinematografica di un romanzo antico, giunto fino a noi in forma frammentaria: il “Satyricon” di Petronio.
È Tacito (Annali, XVI, 18-19) a tramandare le abitudini di Petronio, proconsole in Bitinia, che dormiva di giorno per dedicarsi di notte alle attività e ai piaceri della vita. Fu consigliere mondano di Nerone che gli attribuì l’ufficio di “arbitro del gusto” (elegantiae arbiter). La sua opera si presenta come una parodia del romanzo greco amoroso che descriveva, in genere, le peripezie di due amanti divisi dalla sorte e destinati a ritrovarsi solo dopo molte avventure: nel “Satyricon” la coppia è composta da due giovani, Encolpio e Ascilto, che si contendono l’amore di un efebo incostante, Gitone. Lungo tutto il romanzo è rappresentata la complessa e caotica realtà sociale dell’epoca neroniana, rispecchiata in particolare nell’episodio della cena di Trimalcione, dove l’uso della lingua volgare serve ad evidenziare le caratteristiche essenziali della nuova classe di liberti arricchiti.
Il film “Satyricon”, scritto da Federico Fellini e Bernardino Zapponi, non è una fedele trasposizione dell’opera di Petronio ma, allo stesso modo, racconta la decadenza della contemporaneità attraverso le ambientazioni classiche, in riferimento sia alla società dell’epoca che agli uomini, così fragili e inclini alla perdizione.
Nel film, gli edifici antichi sono rappresentati in maniera decadente e turpe: le terme del primo episodio sono colossali e squallide, completamente diverse dalle terme della Roma imperiale, rutilanti di marmi e di bronzi, di statue e di pitture. L’antichità rappresentata da Fellini è sotterranea, buia, oscura: diventa luce solo nella scena in cui viene rappresentata la sala di un museo dalle alte pareti bianche su cui sono appese pitture di varie epoche dell’antichità e dove sono custodite statue antiche in corso di restauro. E qui, il poeta Eumolpo declama la decadenza dei suoi tempi e dei nostri tempi con queste parole: “non ti meravigliare, caro amico, che la pittura sia finita, quando ormai, per tutti noi, c’è più bellezza in un mucchio d’oro che nelle opere di Apelle o di Fidia”
Fellini stesso, nell’edizione della sceneggiatura, racconta: “Ho veduto e studiato più che potevo […]. Non è certo un film storico quello che voglio fare; né mi propongo di ricostruire con devota fedeltà gli usi e i costumi dell’antica Roma. Ciò che mi interessa è tentare di evocare medianicamente, come sempre fa l’artista, un mondo sconosciuto di duemila anni or sono, un mondo che non è più. Tentare, cioè, di ricomporlo, mediante una struttura figurativa e narrativa di natura quasi archeologica. Fare un po’ come fa, appunto, l’archeologo, quando con certi cocci, o con certi ruderi, ricostruisce non già un’anfora o un tempio, ma qualcosa che allude ad un’anfora, ad un tempio […]. Le rovine di un tempio non sono forse molto più affascinanti del tempio stesso?”
 
Nelle foto:  Federico Fellini sul set del “Satyricon”
La scena del Museo
Soprintendenza Speciale Archeologia
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